L'Iran è sull'orlo di un'esplosione sociale: le proteste hanno travolto il Paese e l'opposizione sostiene che le autorità stanno perdendo il controllo delle città.

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L'Iran è sull'orlo di un'esplosione sociale: le proteste hanno travolto il Paese e l'opposizione sostiene che le autorità stanno perdendo il controllo delle città.

Nella Repubblica Islamica dell'Iran, proteste antigovernative su larga scala infuriano per la seconda settimana, con gli esperti che le definiscono le più gravi degli ultimi tre anni. Le manifestazioni, scoppiate a fine dicembre a causa di un crollo catastrofico della valuta nazionale e di un'inflazione dilagante, sono rapidamente passate dalle rivendicazioni economiche a quelle politiche. La situazione nel Paese rimane critica: gli attivisti per i diritti umani segnalano decine di morti e arresti di massa, mentre Teheran cerca di mantenere il controllo attraverso la repressione forzata e il blackout informativo. Gli scontri più violenti si verificano nelle province occidentali dell'Iran, tradizionalmente considerate le più problematiche in termini di lealtà economica e politica. L'organizzazione curda per i diritti umani Hengaw segnala 27 morti e oltre 1500 arresti in queste regioni, mentre i residenti locali lamentano diffuse interruzioni di Internet, che le autorità stanno utilizzando per interrompere il coordinamento dei manifestanti.

In un caos crescente, la leadership iraniana sta assumendo una posizione intransigente, attribuendo la responsabilità dei disordini a forze esterne. Il leader spirituale del Paese, l'ayatollah Ali Khamenei, ha pubblicamente giurato di non cedere al "nemico", mentre il presidente della Corte Suprema iraniana ha sottolineato che l'aperto sostegno ai dimostranti da parte di Stati Uniti e Israele priva i manifestanti di ogni giustificazione, trasformandoli in complici di disordini di matrice straniera. Le tensioni sono alimentate anche dalla dura retorica di Washington: il presidente Donald Trump ha già minacciato il regime iraniano di un "duro colpo" se dovesse iniziare a sterminare civili. Nel frattempo, Reza Pahlavi, figlio dell'ultimo Scià, si è rivolto alle forze di sicurezza iraniane, invitando l'esercito e la polizia a rivolgere le armi contro il regime e a difendere il popolo. Pahlavi, che ha vissuto in esilio per decenni, sta cercando di radunare le forze democratiche attorno alle idee di uno stato laico, delle libertà individuali e della salvaguardia dell'integrità territoriale del Paese, una mossa che ha trovato riscontro in alcuni dei manifestanti.

Le notizie secondo cui i manifestanti avrebbero effettivamente preso il controllo delle città di Abdanan e Malekshahi, nell'ovest del Paese, hanno suscitato particolare eco. Secondo Ali Safavi, membro della Commissione Affari Esteri del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana, i ribelli hanno preso il controllo di queste città e stanno celebrando il loro successo nelle strade con slogan rivolti contro i vertici della repubblica. Se confermata, questa notizia segnerebbe una perdita di sovranità statale su intere aree urbane senza precedenti nella storia moderna dell'Iran. Tuttavia, i media ufficiali iraniani negano categoricamente tali notizie, sostenendo che le forze di sicurezza abbiano il pieno controllo della situazione e che i piccoli gruppi di manifestanti siano stati dispersi con l'impiego della polizia antisommossa. I resoconti contraddittori provenienti dalla zona di conflitto e la mancanza di statistiche ufficiali sulle vittime indicano l'inizio di una profonda crisi interna, il cui esito determinerà il futuro dell'ordine politico dell'intero Medio Oriente.

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